Zimbabwe, sesso e benzina

21 novembre, 2006

zimbabwe_prostitute.jpgSull’autostrada che corre dalla capitale dello Zimbabwe Harare a Beitbridge, verso il confine con il Sudafrica, si affolla una miriade di improvvisati negozianti che vendono di tutto: dischi e vestiti usati, saponette, marijuana. Ma da un po’ di tempo, l’attrazione principale della zona sono diventate le highway girls, le ragazze dell’autostrada: provenienti dalle regioni centrali dello Zimbabwe, si prostituiscono in cambio di benzina.

Fuel for sex. E’ la prima volta che la pratica della vendita “privata” del carburante si allarga alle prostitute, le quali offrono prestazioni sessuali in cambio di taniche di benzina da 20 litri che rivendono poi ai camionisti nei periodi di carenza, ricavando larghi profitti dopo che, a settembre, il governo ha imposto un calmiere sui prezzi che ha provocato una cronica mancanza di carburante. Al mercato nero, un litro di benzina può arrivare a costare otto dollari, al posto degli 1,2 del prezzo ufficiale. I ripetuti tentativi della polizia per combattere questo strano scambio sono sistematicamente falliti. Quello che ormai è conosciuto nel Paese come il fenomeno del fuel for sex sta causando non pochi problemi alle autorità, prima di tutto a livello sanitario. A séguito della crisi economica, la prostituzione si è diffusa a macchia d’olio, favorendo ancora di più l’innalzamento del tasso di Hiv, uno dei più alti di tutta l’Africa. Le autorità stimano che almeno 3 mila persone alla settimana muoiano di Aids in Zimbabwe.

Crisi. Ma l’emergenza sanitaria non è l’unica che il Paese deve affrontare: in ottobre, l’inflazione è arrivata al 2000 percento, polverizzando di fatto i (pochi) risparmi della popolazione e gli stipendi. Tanto che, nelle sempre più frequenti manifestazioni contro il carovita, la popolazione ha cominciato a bruciare le banconote in segno di protesta. La crisi economica ha raggiunto livelli così preoccupanti che nel Paese la forma di scambio più conveniente è diventata il baratto. Il presidente Robert Mugabe non si aspettava certo che il suo Paese arrivasse a questo punto quando, nel 2000, varò la tanto sospirata riforma agraria per concedere la terra fertile, ancora in mano ai farmers bianchi, alla maggioranza nera. Un provvedimento sacrosanto, ma applicato male e troppo in fretta: lo choc per il Paese è stato troppo forte, facendo crollare la produttività e trasformando quello che un tempo era il granaio dell’Africa in un Paese che dipende per un terzo dagli aiuti alimentari esteri. La siccità degli ultimi anni ha fatto il resto, riducendo in miseria le un tempo prospere fattorie e i braccianti agricoli, che sono finiti ad ingrossare le bidonvilles di Harare.

Conti in rosso. La crisi agricola ha trascinato con sé l’intera economia, facendo schizzare il tasso di disoccupazione al 70 percento. La maggioranza della popolazione si arrangia come può, grazie al mercato nero e al lavoro sommerso, mentre si calcola che almeno un terzo della popolazione sia emigrato all’estero. Le autorità non riescono a far fronte al problema. Ormai privo di riserve di valuta forte, lo  Zimbabwe ha i conti perennemente in rosso. Tanto che la mancanza di carburante è dovuta al fatto che i due fornitori storici, Libia e Kuwait, hanno chiuso i rubinetti dopo essersi resi conto che Harare non sarebbe stata in grado di pagare. L’ultra ottantenne Mugabe, sempre più arroccato in difesa del suo potere, dà la colpa della crisi a un complotto ordito dai Paesi occidentali, a cui neanche i suoi elettori credono più. Prime fra tutti, le highway girls.

Fonte: Peace Reporter

E’ il Vietnam “la prossima Cina”?
La Intel Corporation, primo produttore mondiale di microchip per i computer, ha annunciato un piano d’investimento di 1 miliardo di dollari per un nuovo impianto in Vietnam.
Tale piano è in linea con l’opinione comune di banche d’investimento secondo cui aumenterà il flusso di denaro nel Vietnam.
Brian Krzanich, vice presidente della Intel, venerdì scorso ha affermato che l’impianto, completato nel 2009,  occuperà fino a 46.000 metri quadri e darà lavoro fino a 4.000 persone. Tale impianto sarà localizzato in una zona industriale alla periferia di Ho Chi Minh.
L’Intel, il cui quartiere generale è situato in California, avevo annunciato il piano a Febbraio, consistente inizialmente però in un investimento di soli 300 milioni di dollari.
L’annuncio della Intel cade nella stessa settimana in cui la World Trade Organization ha votato per l’accettazione del Vietnam a diventarne membro, e una settimana prima che Hanoi sia stata scelta per ospitare l’Asia Pacific Economic Cooperation Summit.

La Camera bassa del Parlamento pakistano ha approvato una legge sullo stupro e l’adulterio: da adesso questi reati verranno giudicati secondo il Codice penale e non più in base alla legge islamica.
“E’ una legge storica – ha detto il premier Shaukat Aziz – che dà diritti alle donne”.
Secondo la vecchia legge, una donna per provare di essere stata stuprata doveva portare in tribunale quattro testimoni maschi e musulmani che avessero assistito alla violenza. I parlamentari islamisti hanno protestato duramente e lasciato l’aula al momento del voto.
“Questa legge incoraggerà il sesso libero”, ha detto un leader islamico.

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La rivoluzione di Evo Morales ha sempre più il sapore di una vana promessa. Sono passati dieci mesi dalla sua elezione e la ricetta del presidente boliviano appare sempre più come un bluff. L’idea di costruire un miracolo economico sulle foglie di coca era già balzana all’origine, ora non serve neppure a mascherare i tanti problemi di un Paese in panne.
La Bolivia è paralizzata dai conflitti sociali, gli scontri tra salariati e cooperative diventano sempre più duri e violenti, segno che il governo sta perdendo il controllo. Due giorni fa un gruppo di minatori boliviani di una cooperativa privata di Huanuni, 300 km a sud di La Paz, ha ucciso un agente di polizia imbottendolo di dinamite e facendolo esplodere. L’agente faceva parte di un contingente di forze dell’ordine giunte nel fine settimana a Caihuasi, dove i minatori in sciopero avevano bloccato le vie di comunicazione. Ieri, prima dell’alba, un furgoncino ha investito degli indigeni che marciavano da Villa Sajta si dirigeva a Ibergarzama (Bolivia orientale) causando la morte di due manifestanti e il ferimento di altri dieci.
Settemila carcerati non mangiano da settimane, uno sciopero della fame estremo per protestare contro le condizioni di vita in cella. Perfino molti contadini dell’altopiano, che vorrebbero coltivare più coca, ce l’hanno con lui. I sindacalisti stanno perdendo la pazienza e gli imprenditori non si sentono tutelati abbastanza. Eppure, il giorno della sua trionfale investitura Evo Morales aveva proclamato: «Il mio sarà un governo di uguaglianza, giustizia sociale, equità e pace, che metterà fine al neoliberalismo sfruttatore». Poi, rivolgendosi al suo popolo, prometteva: «Finirà l’odio e il disprezzo a cui, come indios, siamo sempre stati sottoposti». L’era degli indios era arrivata. Mentre il mondo si interrogava su quel capo indiano della tribù degli Amymara che mastica foglie di coca e che si ostina a indossare la chompa, il maglione di alpaca a righe, la Bolivia aspettava il suo miracolo. Quel 54% di voti che gli aveva garantito la vittoria assoluta era soprattutto il frutto di una campagna politica incentrata sui diritti e gli interessi del popolo, troppo a lungo dimenticati. Un’investitura dal basso, basata sulla fiducia, come un patto di sangue, da fratello a fratello, in cui proprio quella fiducia non può essere tradita. A pochi giorni dalla sua elezione, Jaime Solares, il presidente nazionale della «Central Obrera Boliviana» che da anni lotta per riconquistare la proprietà del gas e petrolio, minacciava: «Gli diamo massimo tre mesi per attuare le riforme che ci ha promesso: la nazionalizzazione degli idrocarburi, la creazione dell’assemblea costituente dei popoli indigeni per riformare un nuovo Parlamento e il giudizio per genocidio all’ex presidente, che nel 2003 ha fatto uccidere 81 persone». Per il momento Evo Morales è riuscito a spuntarla con le aziende straniere: trasferire il controllo degli idrocarburi alla compagnia nazionale Ypbf. Ieri, proprio allo scadere dell’ultimatum, le otto maggiori aziende energetiche multinazionali, come il gruppo brasiliano Petrobras, la spagnola Repsol, la franco-belga Total e la statunitense Vintage, hanno firmato l’accordo. Ma il bello sembra venire ora: tutti si domandano se il governo sarà in grado di amministrare un patrimonio di 1.550 miliardi di metri cubi di riserve di gas naturale. Ypbf si incaricherà della commercializzazione del gas, definendo volumi e prezzi del prodotto da immettere nel mercato interno e da destinare all’esportazione.

Fonte: www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=133891

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Il video che riprende due poliziotti di Los Angeles mentre qualche giorno fa picchiano con ferocia un ragazzo di colore, William Cardenas, che secondo quanto asseriscono i poliziotti in questione sarebbe membro di una gang criminale:
www.ifilm.com/video/2796386

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La Cina ha provato un cannone laser antisatellite contro un satellite spia statunitense, anche se senza provocare danni, perché si trattava solo di un esperimento. Tuttavia il Pentagono è convinto che tra qualche anno Pechino sarà in grado di attaccare i satelliti americani in orbita utilizzando armi antisatellite (Asat) di vario tipo, inclusi laser basati a terra.
La scoperta è stata effettuata dai «controllori» dei satelliti supersegreti statunitensi che siedono nei centri di controllo dell’Nro, il National reconnaissance office. Inizialmente si pensava si trattasse solo di una anomalia di funzionamento temporanea, può capitare, poi si è capito che stranamente la perdita di capacità si verificava quando i satelliti passavano sulla Cina. Analizzando i dati si è scoperto che i cinesi hanno condotto esperimenti sparando raggi laser a bassa potenza in più occasioni e nel corso di alcuni anni. Si è anche riusciti a determinare la posizione del sito dove si trova il cannone.
Un cannone laser non è in grado di distruggere o «friggere» uno di questi enormi satelliti, ma potrebbe degradarne le capacità in modo più o permanente.
Gli Stati Uniti hanno condotto a loro volta programmi di ricerca su armi laser anti-satellite e nel 1997 hanno colpito uno dei loro satelliti a una quota di oltre 400 chilometri per verificare le capacità offensive e la possibilità di sviluppare opportune contromisure.
La Russia dal canto suo aveva realizzato al culmine della guerra fredda armi laser antisatellite ed è possibile che una parte di questa tecnologia sia stata trasferita a Pechino.
A essere esposti sono i satelliti spia ottici della serie «Keyhole» in orbita bassa e forse anche i «Lacrosse» dotati di sensori radar.
Dato che la macchina militare statunitense fa sempre più affidamento sui satelliti da osservazione non solo a fini di intelligence strategica, ma anche per condurre operazioni militari, sono state varate diverse iniziative per assicurare la sopravvivenza dei satelliti spia in caso di attacco. Gli Usa in particolare stanno mettendo a punto sensori satellitari sempre più sofisticati e in grado si sopportare attacchi con raggi di luce concentrati subendo solo un accecamento parziale e temporaneo.
E la guerra per il dominio dello spazio continua.

Fonte: www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=132645

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rafsanjaniUn magistrato argentino ha emesso ieri un mandato internazionale d’arresto a carico dell’ex presidente iraniano Akbar Hashemi Rafsnajani e di altri otto alti dirigenti iraniani accusati per l’attentato del 18 luglio 1994 contro la sede di Buenos Aires di un’associazione ebraica di mutuo soccorso (Amia) e in cui morirono 85 persone e altre 300 rimasero ferite. Il magistrato Rodolfo Canicoba Corral ha chiesto al governo di Teheran, così come all’Interpol, la consegna dell’ex presidente che deve rispondere dell’accusa di crimini contro l’umanità.
Gli inquirenti argentini dopo una lunga indagine alla fine di ottobre conclusero che la decisione di colpire il centro ebraico fu presa nel 1993 al massimo livello dell’allora esecutivo di Teheran, che commissionò l’operazione al movimento sciita libanese Hezbollah.
Per quell’azione terroristica, la più grave mai compiuta in Argentina, non era mai stata emessa un’incriminazione, sebbene da tempo i legali dell’Amia indicassero la pista che portava a Hezbollah. Poi la svolta, nel novembre delle scorso anno, quando un magistrato argentino accusò un componente delle milizie sciite, Ibrahim Hussein Berro, di avere compiuto l’attentato. Hezbollah respinse le accuse, così come il regime di Teheran, da sempre sponsor del movimento sciita libanese.
In passato i governi che si sono succeduti a Buenos Aires sono stati spesso accusati di ostacolare il lavoro degli inquirenti. Poi, con l’insediamento dell’attuale presidente della Repubblica Nestor Kirchner, la situazione è cambiata: il capo dello Stato ha parlato di “gravi inadempienze nella giustizia” e ha esortato i giudici a impegnarsi nella soluzione del caso.

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