La rivoluzione di Evo Morales ha sempre più il sapore di una vana promessa. Sono passati dieci mesi dalla sua elezione e la ricetta del presidente boliviano appare sempre più come un bluff. L’idea di costruire un miracolo economico sulle foglie di coca era già balzana all’origine, ora non serve neppure a mascherare i tanti problemi di un Paese in panne.
La Bolivia è paralizzata dai conflitti sociali, gli scontri tra salariati e cooperative diventano sempre più duri e violenti, segno che il governo sta perdendo il controllo. Due giorni fa un gruppo di minatori boliviani di una cooperativa privata di Huanuni, 300 km a sud di La Paz, ha ucciso un agente di polizia imbottendolo di dinamite e facendolo esplodere. L’agente faceva parte di un contingente di forze dell’ordine giunte nel fine settimana a Caihuasi, dove i minatori in sciopero avevano bloccato le vie di comunicazione. Ieri, prima dell’alba, un furgoncino ha investito degli indigeni che marciavano da Villa Sajta si dirigeva a Ibergarzama (Bolivia orientale) causando la morte di due manifestanti e il ferimento di altri dieci.
Settemila carcerati non mangiano da settimane, uno sciopero della fame estremo per protestare contro le condizioni di vita in cella. Perfino molti contadini dell’altopiano, che vorrebbero coltivare più coca, ce l’hanno con lui. I sindacalisti stanno perdendo la pazienza e gli imprenditori non si sentono tutelati abbastanza. Eppure, il giorno della sua trionfale investitura Evo Morales aveva proclamato: «Il mio sarà un governo di uguaglianza, giustizia sociale, equità e pace, che metterà fine al neoliberalismo sfruttatore». Poi, rivolgendosi al suo popolo, prometteva: «Finirà l’odio e il disprezzo a cui, come indios, siamo sempre stati sottoposti». L’era degli indios era arrivata. Mentre il mondo si interrogava su quel capo indiano della tribù degli Amymara che mastica foglie di coca e che si ostina a indossare la chompa, il maglione di alpaca a righe, la Bolivia aspettava il suo miracolo. Quel 54% di voti che gli aveva garantito la vittoria assoluta era soprattutto il frutto di una campagna politica incentrata sui diritti e gli interessi del popolo, troppo a lungo dimenticati. Un’investitura dal basso, basata sulla fiducia, come un patto di sangue, da fratello a fratello, in cui proprio quella fiducia non può essere tradita. A pochi giorni dalla sua elezione, Jaime Solares, il presidente nazionale della «Central Obrera Boliviana» che da anni lotta per riconquistare la proprietà del gas e petrolio, minacciava: «Gli diamo massimo tre mesi per attuare le riforme che ci ha promesso: la nazionalizzazione degli idrocarburi, la creazione dell’assemblea costituente dei popoli indigeni per riformare un nuovo Parlamento e il giudizio per genocidio all’ex presidente, che nel 2003 ha fatto uccidere 81 persone». Per il momento Evo Morales è riuscito a spuntarla con le aziende straniere: trasferire il controllo degli idrocarburi alla compagnia nazionale Ypbf. Ieri, proprio allo scadere dell’ultimatum, le otto maggiori aziende energetiche multinazionali, come il gruppo brasiliano Petrobras, la spagnola Repsol, la franco-belga Total e la statunitense Vintage, hanno firmato l’accordo. Ma il bello sembra venire ora: tutti si domandano se il governo sarà in grado di amministrare un patrimonio di 1.550 miliardi di metri cubi di riserve di gas naturale. Ypbf si incaricherà della commercializzazione del gas, definendo volumi e prezzi del prodotto da immettere nel mercato interno e da destinare all’esportazione.

Fonte: www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=133891

Articolo pubblicato anche in: La Mia Notizia – Citizen Journalism in Italy

rafsanjaniUn magistrato argentino ha emesso ieri un mandato internazionale d’arresto a carico dell’ex presidente iraniano Akbar Hashemi Rafsnajani e di altri otto alti dirigenti iraniani accusati per l’attentato del 18 luglio 1994 contro la sede di Buenos Aires di un’associazione ebraica di mutuo soccorso (Amia) e in cui morirono 85 persone e altre 300 rimasero ferite. Il magistrato Rodolfo Canicoba Corral ha chiesto al governo di Teheran, così come all’Interpol, la consegna dell’ex presidente che deve rispondere dell’accusa di crimini contro l’umanità.
Gli inquirenti argentini dopo una lunga indagine alla fine di ottobre conclusero che la decisione di colpire il centro ebraico fu presa nel 1993 al massimo livello dell’allora esecutivo di Teheran, che commissionò l’operazione al movimento sciita libanese Hezbollah.
Per quell’azione terroristica, la più grave mai compiuta in Argentina, non era mai stata emessa un’incriminazione, sebbene da tempo i legali dell’Amia indicassero la pista che portava a Hezbollah. Poi la svolta, nel novembre delle scorso anno, quando un magistrato argentino accusò un componente delle milizie sciite, Ibrahim Hussein Berro, di avere compiuto l’attentato. Hezbollah respinse le accuse, così come il regime di Teheran, da sempre sponsor del movimento sciita libanese.
In passato i governi che si sono succeduti a Buenos Aires sono stati spesso accusati di ostacolare il lavoro degli inquirenti. Poi, con l’insediamento dell’attuale presidente della Repubblica Nestor Kirchner, la situazione è cambiata: il capo dello Stato ha parlato di “gravi inadempienze nella giustizia” e ha esortato i giudici a impegnarsi nella soluzione del caso.

Articolo pubblicato anche in: La Mia Notizia – Citizen Journalism in Italy