Venerdì 24 novembre per tre bambini è stato il giorno più grottesco della loro vita. Erano arrivati in Italia giorni prima, in quattro, da un paese, l’Iraq, che i politici continuano a definire fuori controllo, per sottoporsi al Sant’ Orsola di Bologna a un’operazione chirurgica. I medici li hanno operati per una malformazione congenita al cuore, salvandone tre da morte certa, il quarto, purtroppo, non c’è la fatta. È un insieme di parole che colpisce, “morte certa”, ma per chi vive in un ambiente come quello irakeno non è nulla di più che abitudine, quanto ci si aspetta. Lì, la morte, ha una certa frequenza, e va parecchio al di là della percezione che ne abbiamo. Una volta operati dunque, l’Italia e gli italiani hanno concluso il loro dovere, tutti moralmente felici di vederli ripartire un venerdì mattina, con la consapevolezza d’aver corretto l’errore commesso dalla natura quando ha deciso di modificare alla nascita il battito del loro piccolo cuore. Così da Bologna, fino a Milano-Linate, poi su un aereo militare e infine ecco dall’alto l’Iraq, sotto i piedi la loro terra, e chissà se quei loro occhi stanchi si sono illuminati riconoscendo il luogo da cui sono venuti al mondo. Quale è stato il loro giorno dopo? Dobbiamo riflettere su tale bizzarria, pensarci bene. Ospitiamo bambini, li strappiamo alla morte per poi riportarli proprio dove essa regna con l’allucinante media dei 100 decessi al giorno. Io li immagino così, salvi dal loro cuore mentre crepano per un’esplosione.

Fonte: Andrea Spartaco in Lamianotizia.com

Zimbabwe, sesso e benzina

21 novembre, 2006

zimbabwe_prostitute.jpgSull’autostrada che corre dalla capitale dello Zimbabwe Harare a Beitbridge, verso il confine con il Sudafrica, si affolla una miriade di improvvisati negozianti che vendono di tutto: dischi e vestiti usati, saponette, marijuana. Ma da un po’ di tempo, l’attrazione principale della zona sono diventate le highway girls, le ragazze dell’autostrada: provenienti dalle regioni centrali dello Zimbabwe, si prostituiscono in cambio di benzina.

Fuel for sex. E’ la prima volta che la pratica della vendita “privata” del carburante si allarga alle prostitute, le quali offrono prestazioni sessuali in cambio di taniche di benzina da 20 litri che rivendono poi ai camionisti nei periodi di carenza, ricavando larghi profitti dopo che, a settembre, il governo ha imposto un calmiere sui prezzi che ha provocato una cronica mancanza di carburante. Al mercato nero, un litro di benzina può arrivare a costare otto dollari, al posto degli 1,2 del prezzo ufficiale. I ripetuti tentativi della polizia per combattere questo strano scambio sono sistematicamente falliti. Quello che ormai è conosciuto nel Paese come il fenomeno del fuel for sex sta causando non pochi problemi alle autorità, prima di tutto a livello sanitario. A séguito della crisi economica, la prostituzione si è diffusa a macchia d’olio, favorendo ancora di più l’innalzamento del tasso di Hiv, uno dei più alti di tutta l’Africa. Le autorità stimano che almeno 3 mila persone alla settimana muoiano di Aids in Zimbabwe.

Crisi. Ma l’emergenza sanitaria non è l’unica che il Paese deve affrontare: in ottobre, l’inflazione è arrivata al 2000 percento, polverizzando di fatto i (pochi) risparmi della popolazione e gli stipendi. Tanto che, nelle sempre più frequenti manifestazioni contro il carovita, la popolazione ha cominciato a bruciare le banconote in segno di protesta. La crisi economica ha raggiunto livelli così preoccupanti che nel Paese la forma di scambio più conveniente è diventata il baratto. Il presidente Robert Mugabe non si aspettava certo che il suo Paese arrivasse a questo punto quando, nel 2000, varò la tanto sospirata riforma agraria per concedere la terra fertile, ancora in mano ai farmers bianchi, alla maggioranza nera. Un provvedimento sacrosanto, ma applicato male e troppo in fretta: lo choc per il Paese è stato troppo forte, facendo crollare la produttività e trasformando quello che un tempo era il granaio dell’Africa in un Paese che dipende per un terzo dagli aiuti alimentari esteri. La siccità degli ultimi anni ha fatto il resto, riducendo in miseria le un tempo prospere fattorie e i braccianti agricoli, che sono finiti ad ingrossare le bidonvilles di Harare.

Conti in rosso. La crisi agricola ha trascinato con sé l’intera economia, facendo schizzare il tasso di disoccupazione al 70 percento. La maggioranza della popolazione si arrangia come può, grazie al mercato nero e al lavoro sommerso, mentre si calcola che almeno un terzo della popolazione sia emigrato all’estero. Le autorità non riescono a far fronte al problema. Ormai privo di riserve di valuta forte, lo  Zimbabwe ha i conti perennemente in rosso. Tanto che la mancanza di carburante è dovuta al fatto che i due fornitori storici, Libia e Kuwait, hanno chiuso i rubinetti dopo essersi resi conto che Harare non sarebbe stata in grado di pagare. L’ultra ottantenne Mugabe, sempre più arroccato in difesa del suo potere, dà la colpa della crisi a un complotto ordito dai Paesi occidentali, a cui neanche i suoi elettori credono più. Prime fra tutti, le highway girls.

Fonte: Peace Reporter

struzzo2.jpgLa Cina ha respinto un report scientifico secondo cui i ricercatori avrebbero individuato un nuovo ceppo dell’influenza aviaria. Giovedì a Pechino il ministro dell’agricoltura ha riferito delle argomentazioni sostenute da esperti sanitari degli USA e di Hong Kong, affermando che il report è privo di fondamento.
Un nuovo studio pubblicato di recente dalla US National Academy of Sciences afferma che questo nuovo ceppo dell’influenza aviaria è stato scoperto nel sud della Cina, nella provincia di Fujian. Gli autori di tale studio dicono che questo ceppo non solo è la forma dominante dell’influenza aviaria, ma che si sarebbe già diffuso a Hong Kong, in Laos, Malaysia e Tailandia. Il timore è che possa iniziare una nuova ondata di influenza.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità afferma che la Cina fin dal 2004 non condivide più campioni del virus aviario con la comunità internazionale.
Il virus H5N1, dimostratosi mortale per l’uomo, di base infetta i polli, ma le autorità della sanità pubblica hanno lungamente messo in evidenza che un ulteriore mutazione o alterazione della struttura del virus potrebbe generare un ceppo che si diffonderebbe facilmente da uomo a uomo, e questo genera il timore di una pandemia mondiale.
Il ceppo H5N1 apparve per la prima volta nel 1997 a Hong Kong negli allevamenti di polli, ma il rapido intervento delle autorità pubbliche limitarono la diffusione del virus. Lo stesso ceppo mortale riapparve in Cina tre anni orsono e iniziò a diffondersi anche in altre nazioni asiatiche.
Da allora nel mondo sono morte circa 150 persone a causa dell’influenza aviaria; gran parte di esse hanno contratto il virus da uccelli morti o malati.

Articolo pubblicato anche in: La Mia Notizia – Citizen Journalism in Italy