Venerdì 24 novembre per tre bambini è stato il giorno più grottesco della loro vita. Erano arrivati in Italia giorni prima, in quattro, da un paese, l’Iraq, che i politici continuano a definire fuori controllo, per sottoporsi al Sant’ Orsola di Bologna a un’operazione chirurgica. I medici li hanno operati per una malformazione congenita al cuore, salvandone tre da morte certa, il quarto, purtroppo, non c’è la fatta. È un insieme di parole che colpisce, “morte certa”, ma per chi vive in un ambiente come quello irakeno non è nulla di più che abitudine, quanto ci si aspetta. Lì, la morte, ha una certa frequenza, e va parecchio al di là della percezione che ne abbiamo. Una volta operati dunque, l’Italia e gli italiani hanno concluso il loro dovere, tutti moralmente felici di vederli ripartire un venerdì mattina, con la consapevolezza d’aver corretto l’errore commesso dalla natura quando ha deciso di modificare alla nascita il battito del loro piccolo cuore. Così da Bologna, fino a Milano-Linate, poi su un aereo militare e infine ecco dall’alto l’Iraq, sotto i piedi la loro terra, e chissà se quei loro occhi stanchi si sono illuminati riconoscendo il luogo da cui sono venuti al mondo. Quale è stato il loro giorno dopo? Dobbiamo riflettere su tale bizzarria, pensarci bene. Ospitiamo bambini, li strappiamo alla morte per poi riportarli proprio dove essa regna con l’allucinante media dei 100 decessi al giorno. Io li immagino così, salvi dal loro cuore mentre crepano per un’esplosione.

Fonte: Andrea Spartaco in Lamianotizia.com

Il video che riprende due poliziotti di Los Angeles mentre qualche giorno fa picchiano con ferocia un ragazzo di colore, William Cardenas, che secondo quanto asseriscono i poliziotti in questione sarebbe membro di una gang criminale:
www.ifilm.com/video/2796386

Articolo pubblicato anche in: La Mia Notizia – Citizen Journalism in Italy

rafsanjaniUn magistrato argentino ha emesso ieri un mandato internazionale d’arresto a carico dell’ex presidente iraniano Akbar Hashemi Rafsnajani e di altri otto alti dirigenti iraniani accusati per l’attentato del 18 luglio 1994 contro la sede di Buenos Aires di un’associazione ebraica di mutuo soccorso (Amia) e in cui morirono 85 persone e altre 300 rimasero ferite. Il magistrato Rodolfo Canicoba Corral ha chiesto al governo di Teheran, così come all’Interpol, la consegna dell’ex presidente che deve rispondere dell’accusa di crimini contro l’umanità.
Gli inquirenti argentini dopo una lunga indagine alla fine di ottobre conclusero che la decisione di colpire il centro ebraico fu presa nel 1993 al massimo livello dell’allora esecutivo di Teheran, che commissionò l’operazione al movimento sciita libanese Hezbollah.
Per quell’azione terroristica, la più grave mai compiuta in Argentina, non era mai stata emessa un’incriminazione, sebbene da tempo i legali dell’Amia indicassero la pista che portava a Hezbollah. Poi la svolta, nel novembre delle scorso anno, quando un magistrato argentino accusò un componente delle milizie sciite, Ibrahim Hussein Berro, di avere compiuto l’attentato. Hezbollah respinse le accuse, così come il regime di Teheran, da sempre sponsor del movimento sciita libanese.
In passato i governi che si sono succeduti a Buenos Aires sono stati spesso accusati di ostacolare il lavoro degli inquirenti. Poi, con l’insediamento dell’attuale presidente della Repubblica Nestor Kirchner, la situazione è cambiata: il capo dello Stato ha parlato di “gravi inadempienze nella giustizia” e ha esortato i giudici a impegnarsi nella soluzione del caso.

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