Nel mondo del giornalismo multimediale le notizie via sms possono sembrare una roba vecchia, se non superata. Ma ci sono contesti nei quali le notizie da 160 caratteri spazi compresi fanno la differenza tra la libertà di informazione e la repressione. Succede in Zimbabwe, Paese africano che il vecchio presidente Robert Mugabe continua a governare come un feudo mettendo al bando testate e giornalisti. Tra le vittime della repressione c’è anche una radio, i cui giornalisti sono stati espulsi e che continua a trasmettere sulle onde corte e a informare sul suo sito web. Grazie alla tecnologia cinese, tuttavia, Mugabe riesce a rendere difficilmente comprensibili le trasmissioni mentre controlla strettamente gli internet provider del Paese, che sono costretti a fornire ai servizi segreti i log della posta dei cittadini. Gli sms però viaggiano — ancora — liberi. Lo ha raccontato Gerry Jackson, fondatrice di SW Radio Africa, a un recente convegno sulla libertà di stampa tenutosi a Parigi. Siccome il diavolo fa le pentole, ma difficilmente i coperchi, la Jackson racconta che gli intercettatori di segnali radio non lavorano i weekend e che dunque sabato e domenica le trasmissioni di SW Radio Africa possono essere regolarmente ricevute.

E’ di 5 frustate la punizione inflitta a chi viene sorpreso all’interno di un cinema nelle regioni somale controllate dalle Corti islamiche. A stabilirlo sono stati i miliziani islamici della città di Merca, 100 km a sud di Mogadiscio, che due giorni fa nel corso di una ronda hanno trovato e arrestato più di 100 persone che guardavano un film indiano.
Secondo quanto riporta il giornale arabo al-Sharq al-Awsat, tra gli spettatori vi erano anche molte donne e bambini. Tutti arrestati. Secondo quanto riferisce il capo delle Corti di Merca, Nuri Ali Farah, prima di rimettere in libertà i 100 spettatori è stata inflitta a ognuno di loro una punizione che consiste in 5 frustate.

Articolo pubblicato anche in: La Mia Notizia – Citizen Journalism in Italy

Zimbabwe, sesso e benzina

21 novembre, 2006

zimbabwe_prostitute.jpgSull’autostrada che corre dalla capitale dello Zimbabwe Harare a Beitbridge, verso il confine con il Sudafrica, si affolla una miriade di improvvisati negozianti che vendono di tutto: dischi e vestiti usati, saponette, marijuana. Ma da un po’ di tempo, l’attrazione principale della zona sono diventate le highway girls, le ragazze dell’autostrada: provenienti dalle regioni centrali dello Zimbabwe, si prostituiscono in cambio di benzina.

Fuel for sex. E’ la prima volta che la pratica della vendita “privata” del carburante si allarga alle prostitute, le quali offrono prestazioni sessuali in cambio di taniche di benzina da 20 litri che rivendono poi ai camionisti nei periodi di carenza, ricavando larghi profitti dopo che, a settembre, il governo ha imposto un calmiere sui prezzi che ha provocato una cronica mancanza di carburante. Al mercato nero, un litro di benzina può arrivare a costare otto dollari, al posto degli 1,2 del prezzo ufficiale. I ripetuti tentativi della polizia per combattere questo strano scambio sono sistematicamente falliti. Quello che ormai è conosciuto nel Paese come il fenomeno del fuel for sex sta causando non pochi problemi alle autorità, prima di tutto a livello sanitario. A séguito della crisi economica, la prostituzione si è diffusa a macchia d’olio, favorendo ancora di più l’innalzamento del tasso di Hiv, uno dei più alti di tutta l’Africa. Le autorità stimano che almeno 3 mila persone alla settimana muoiano di Aids in Zimbabwe.

Crisi. Ma l’emergenza sanitaria non è l’unica che il Paese deve affrontare: in ottobre, l’inflazione è arrivata al 2000 percento, polverizzando di fatto i (pochi) risparmi della popolazione e gli stipendi. Tanto che, nelle sempre più frequenti manifestazioni contro il carovita, la popolazione ha cominciato a bruciare le banconote in segno di protesta. La crisi economica ha raggiunto livelli così preoccupanti che nel Paese la forma di scambio più conveniente è diventata il baratto. Il presidente Robert Mugabe non si aspettava certo che il suo Paese arrivasse a questo punto quando, nel 2000, varò la tanto sospirata riforma agraria per concedere la terra fertile, ancora in mano ai farmers bianchi, alla maggioranza nera. Un provvedimento sacrosanto, ma applicato male e troppo in fretta: lo choc per il Paese è stato troppo forte, facendo crollare la produttività e trasformando quello che un tempo era il granaio dell’Africa in un Paese che dipende per un terzo dagli aiuti alimentari esteri. La siccità degli ultimi anni ha fatto il resto, riducendo in miseria le un tempo prospere fattorie e i braccianti agricoli, che sono finiti ad ingrossare le bidonvilles di Harare.

Conti in rosso. La crisi agricola ha trascinato con sé l’intera economia, facendo schizzare il tasso di disoccupazione al 70 percento. La maggioranza della popolazione si arrangia come può, grazie al mercato nero e al lavoro sommerso, mentre si calcola che almeno un terzo della popolazione sia emigrato all’estero. Le autorità non riescono a far fronte al problema. Ormai privo di riserve di valuta forte, lo  Zimbabwe ha i conti perennemente in rosso. Tanto che la mancanza di carburante è dovuta al fatto che i due fornitori storici, Libia e Kuwait, hanno chiuso i rubinetti dopo essersi resi conto che Harare non sarebbe stata in grado di pagare. L’ultra ottantenne Mugabe, sempre più arroccato in difesa del suo potere, dà la colpa della crisi a un complotto ordito dai Paesi occidentali, a cui neanche i suoi elettori credono più. Prime fra tutti, le highway girls.

Fonte: Peace Reporter

Sud Africa sotto shock a causa di una canzone razzista usata come suoneria per i cellulari.
La canzone, che descrive un atto di violenza contro un nero che viene legato ad un camioncino per aizzargli contro dei cani, è considerata fuori luogo in una democrazia multirazziale, ma è difficile rintracciarne la provenienza.
Questo a causa della tecnologia Bluetooth che ha permesso la rapida diffusione di tale suoneria tra i cellulari.

Articolo pubblicato anche in: La Mia Notizia – Citizen Journalism in Italy

Cartina SudanLa decisione della Cina di invitare il presidente del Sudan, Omar Hassan al Bashir, al summit con i paesi africani ha provocato le critiche da parte dei sostenitori internazionali dei diritti umani e da parte di uno dei maggiori siti africani di news, ossia  Afrique Centrale.
I critici accusano Pechino di passare sopra allo scarso rispetto dei diritti umani di alcuni governi africani nella sua ricerca d’approvigionamento di petrolio, di altre materie prime e di mercati per i prodotti cinesi
Stesso trattamento ha ricevuto l’invito di Pechino al leader dello Zimbabwe, Robert Mugabe, il cui governo è accusato di massicce violazioni dei diritti umani.
Il governo sudanese è accusato di dare supporto alle milizie che hanno ucciso decine di migliaia di persone, distrutto villaggi, e commesso innumerevoli stupri nel Darfur, nel sud del Paese.
Bashir, il dittatore sudanese, non solo ha negato ogni addebito, ma anche manipolato i dati dei morti del conflitto nel Darfur, affermando che i morti sarebbero stati solo 10.000, mentre i dati ufficiali parlano di 200.000. Sempre Bashir ha riaffermato il suo no al permettere l’accesso di truppe ONU nel Darfur. Questo perchè a suo avviso le truppe ONU creerebbero solo la medesima situazione d’instabilità presente in Irak.
La Cina dal canto suo dice che appoggerà un’eventuale risoluzione ONU sull’invio di truppe solo se il Sudan sarà daccordo. Nello stesso tempo sempre la Cina, per evitare le critiche intrnazionali dovute a questi contatti diplomatici con Bashir, lo sta spingendo a cercare una soluzione diplomatica della crisi del Darfur.
Liu Jianchao, portavoce del ministero degli esteri cinese, ha spiegato il perchè Pechino giustifica gli inviti a Bashir e Mugabe per partecipare al summit. Liu ha affermato che Pechino non prova alcuna vergogna di ciò, i quanto gli sforzi cinesi sono mirati al portare pace, sviluppo e prosperità in Africa.
La Cina per tradizione tende ad una politica di non interferenza negli affari delle altre nazioni, una posizione che Human Rights Watch, uno dei maggiori gruppi sostenitori dei diritti umani, ha paragonato al rimanere del tutto indifferenti ai genocidi mentre questi accadono.

Articolo pubblicato anche in La Mia Notizia – Citizen Journalism in Italy

La Francia renderà pubblici documenti sul genocidio in Rwanda, dopo le accuse di complicità delle truppe francesi nel massacro del 1994.
Alcuni dei 105 documenti verranno consegnati ai magistrati che investigano sulle accuse formulate da 4 sopravvissuti al genocidio. Questi ultimi, appartenenti ai Tutsi e di età compresa tra i 25 e 39 anni, accusano i soldati francesi di stupro, omicidio, complicità nel genocidio e crimini contro l’umanità, e hanno portato il loro caso di fronte ai tribunali francesi.
Durante il genocidio gli estremisti Hutu uccisero circa 800.000 tra Tutsi e Hutu moderati. Le truppe francesi vennero inviate in Rwanda sotto le bandiere dell’Onu e più volte sono state accusate dal Rwanda stesso di complicità nel genocidio, nonostante la Francia abbia sempre negato qualunque responsabilità.
I 4 sopravvissuti al contrario affermano che i soldati francesi sia commisero loro stessi dei crimini sia permisero ai killer Hutu di penetrare all’interno dei campi profughi dei Tutsi, che avrebbero dovuto essere sotto la protezione dei soldati stessi.
Lo scorso mese è iniziata anche un’indagine in Rwanda per accertare il coinvolgimento della Francia nell’addestramento e nell’armamento degli estremisti Hutu. Dopo che saranno stati ascoltati i testimoni, il Rwanda deciderà se ricorrere alla Corte Internazionale di Giustizia.

Articolo pubblicato anche in La Mia Notizia – Citizen Journalism in Italy