Cina: in aumento l’attenzione del governo verso i blog
19 marzo, 2007
La Cina non ama Internet e soprattutto i blogger, o meglio il Governo cinese non ha una grande affinità con tutto il mondo Web. Dopo la decisione di limitare le aperture degli Internet Cafè e le accuse rivolte alla Rete di causare disturbi comportamentali nei giovani cinesi, giungono nuove notizie. La Cina infatti ha deciso di intensificare i controlli verso i blog, usati principalmente per dichiarare il proprio dissenso verso i politici. L’annuncio, riportato dal ‘Beijing Morning Post’, arriva direttamente dall’autorità che amministra la censura del paese. La decisione è stata presa, secondo il direttore dell’ Amministrazione Generale della Stampa Cinese e la Publication, Long Xinmin, per regolarizzare la crescente comunità di bloggers. “Dobbiamo riconoscere che in un’era dove la Rete si sta sviluppando a ritmi vertiginosi, la supervisione del governo e le misure di controllo richiedono nuovi test”, ha dichiarato Long, aggiungendo subito dopo che non sarà commessa nessuna violazione della libertà di espressione dei cittadini. Non è ancora chiaro come sarà possibile intensificare la censura, proteggendo la libertà di espressione dei cittadini, come afferma Long Xinmin. La misura non è stata ancora adottata, ma i blogger cinesi hanno espresso il loro scetticismo al riguardo: essi sono preoccupati dalle conseguenze che ulteriori restrizioni potrebbero comportare in un paese dove il sistema di censura è uno dei più attivi e rigidi del mondo. Ad esempio, lo scorso anno il Ministero dell’Informazione Cinese ha stabilito delle regole sul contenuto delle notizie pubblicate su Internet che, secondo gli analisti, avevano l’obiettivo di estendere la regolamentazione sulla stampa autorizzata ai blog ed ai siti di notizie on line.
Bulgaria: fondamentalismo virtuale
6 marzo, 2007
Tre cittadini bulgari di religione islamica, Ali Hairaddin, Aniola Dimova e Mustafa Redzhep, sono stati arrestati lo scorso 20 febbraio dagli agenti delle forze speciali della polizia bulgara. I tre sono stati accusati (insieme a una quarta persona, Milena Genkova), di diffondere attraverso internet l’ideologia dello wahhabismo e dello jihadismo, con l’obiettivo di sovvertire l’ordine sociale e costituzionale dello stato bulgaro e di creare un nuovo califfato basato sulla Sharia, la legge islamica. Hairaddin, Redzhep e la Dimova fanno parte dell’Unione dei Musulmani di Bulgaria, una Ong creata nel 2006 e diretta proprio da Ali Hairaddin, 51 anni, laureato in teologia islamica ed ex mufti della moschea di Sofia. Due siti internet, www.islam-bg.net e www.islam.qa.com sono stati al tempo stesso soppressi su indicazione delle forze dell’ordine. Gli accusati sono stati poi rilasciati il 22 febbraio dopo aver pagato una cauzione di 1000 leva (500 euro).
Zimbabwe: la libertà di stampa in un sms
28 febbraio, 2007
Nel mondo del giornalismo multimediale le notizie via sms possono sembrare una roba vecchia, se non superata. Ma ci sono contesti nei quali le notizie da 160 caratteri spazi compresi fanno la differenza tra la libertà di informazione e la repressione. Succede in Zimbabwe, Paese africano che il vecchio presidente Robert Mugabe continua a governare come un feudo mettendo al bando testate e giornalisti. Tra le vittime della repressione c’è anche una radio, i cui giornalisti sono stati espulsi e che continua a trasmettere sulle onde corte e a informare sul suo sito web. Grazie alla tecnologia cinese, tuttavia, Mugabe riesce a rendere difficilmente comprensibili le trasmissioni mentre controlla strettamente gli internet provider del Paese, che sono costretti a fornire ai servizi segreti i log della posta dei cittadini. Gli sms però viaggiano — ancora — liberi. Lo ha raccontato Gerry Jackson, fondatrice di SW Radio Africa, a un recente convegno sulla libertà di stampa tenutosi a Parigi. Siccome il diavolo fa le pentole, ma difficilmente i coperchi, la Jackson racconta che gli intercettatori di segnali radio non lavorano i weekend e che dunque sabato e domenica le trasmissioni di SW Radio Africa possono essere regolarmente ricevute.
Cuba: 2 giornalisti stranieri dichiarati persone non grate e costretti a lasciare l’isola
26 febbraio, 2007
Gary Marx, corrispondente americano del quotidiano ‘Chicago Tribune’ e César Gonzáles-Calero, corrispondente spagnolo del giornale messicano ‘El Universal’, hanno visto ritirare il loro accredito e dovranno lasciare l’isola. Inoltre, il corrispondente della BBC, Stephen Gibbs, ha visto rifiutarsi il visto di entrata. Corrispondente a Cuba dal 2002, Gary Marx ha visto ritirare il suo accredito con la motivazione che i suoi articoli sono stati giudicati «troppo negativi». Le autorità gli hanno fatto sapere che da troppo tempo dimorava sull’isola e gli hanno concesso 90 giorni prima di dover lasciare Cuba con la sua famiglia. Marx era uno dei pochi corrispondenti americani a vivere a L’Avana. Gonzáles-Calero, che viveva a Cuba dall’aprile 2003, ha visto ritirare l’accredito con la motivazione che il suo modo di analizzare la situazione cubana non era più gradita dal governo.
(Fonte: Reporters sans frontières)
Venerdì 24 novembre per tre bambini è stato il giorno più grottesco della loro vita. Erano arrivati in Italia giorni prima, in quattro, da un paese, l’Iraq, che i politici continuano a definire fuori controllo, per sottoporsi al Sant’ Orsola di Bologna a un’operazione chirurgica. I medici li hanno operati per una malformazione congenita al cuore, salvandone tre da morte certa, il quarto, purtroppo, non c’è la fatta. È un insieme di parole che colpisce, “morte certa”, ma per chi vive in un ambiente come quello irakeno non è nulla di più che abitudine, quanto ci si aspetta. Lì, la morte, ha una certa frequenza, e va parecchio al di là della percezione che ne abbiamo. Una volta operati dunque, l’Italia e gli italiani hanno concluso il loro dovere, tutti moralmente felici di vederli ripartire un venerdì mattina, con la consapevolezza d’aver corretto l’errore commesso dalla natura quando ha deciso di modificare alla nascita il battito del loro piccolo cuore. Così da Bologna, fino a Milano-Linate, poi su un aereo militare e infine ecco dall’alto l’Iraq, sotto i piedi la loro terra, e chissà se quei loro occhi stanchi si sono illuminati riconoscendo il luogo da cui sono venuti al mondo. Quale è stato il loro giorno dopo? Dobbiamo riflettere su tale bizzarria, pensarci bene. Ospitiamo bambini, li strappiamo alla morte per poi riportarli proprio dove essa regna con l’allucinante media dei 100 decessi al giorno. Io li immagino così, salvi dal loro cuore mentre crepano per un’esplosione.
Somalia, frustate a chi va al cinema
26 novembre, 2006
E’ di 5 frustate la punizione inflitta a chi viene sorpreso all’interno di un cinema nelle regioni somale controllate dalle Corti islamiche. A stabilirlo sono stati i miliziani islamici della città di Merca, 100 km a sud di Mogadiscio, che due giorni fa nel corso di una ronda hanno trovato e arrestato più di 100 persone che guardavano un film indiano.
Secondo quanto riporta il giornale arabo al-Sharq al-Awsat, tra gli spettatori vi erano anche molte donne e bambini. Tutti arrestati. Secondo quanto riferisce il capo delle Corti di Merca, Nuri Ali Farah, prima di rimettere in libertà i 100 spettatori è stata inflitta a ognuno di loro una punizione che consiste in 5 frustate.
Articolo pubblicato anche in: La Mia Notizia – Citizen Journalism in Italy
British Airways, crocifisso vietato alla hostess
22 novembre, 2006
Nadia Eweda, l’addetta della British Airways ai check-in di Londra, ha perso il ricorso contro la compagnia aerea che in ottobre le aveva proibito di indossare una collanina con crocifisso sul posto di lavoro.
La British Airways vieta l’esibizione di simboli religiosi in presenza di clienti, fatta eccezione per turbante e velo islamico.
Alla Eweda è stata ora offerta una mansione in cui non deve interagire con i passeggeri né indossare un’uniforme.
Articolo pubblicato anche in: La Mia Notizia – Citizen Journalism in Italy
Zimbabwe, sesso e benzina
21 novembre, 2006
Sull’autostrada che corre dalla capitale dello Zimbabwe Harare a Beitbridge, verso il confine con il Sudafrica, si affolla una miriade di improvvisati negozianti che vendono di tutto: dischi e vestiti usati, saponette, marijuana. Ma da un po’ di tempo, l’attrazione principale della zona sono diventate le highway girls, le ragazze dell’autostrada: provenienti dalle regioni centrali dello Zimbabwe, si prostituiscono in cambio di benzina.
Fuel for sex. E’ la prima volta che la pratica della vendita “privata” del carburante si allarga alle prostitute, le quali offrono prestazioni sessuali in cambio di taniche di benzina da 20 litri che rivendono poi ai camionisti nei periodi di carenza, ricavando larghi profitti dopo che, a settembre, il governo ha imposto un calmiere sui prezzi che ha provocato una cronica mancanza di carburante. Al mercato nero, un litro di benzina può arrivare a costare otto dollari, al posto degli 1,2 del prezzo ufficiale. I ripetuti tentativi della polizia per combattere questo strano scambio sono sistematicamente falliti. Quello che ormai è conosciuto nel Paese come il fenomeno del fuel for sex sta causando non pochi problemi alle autorità, prima di tutto a livello sanitario. A séguito della crisi economica, la prostituzione si è diffusa a macchia d’olio, favorendo ancora di più l’innalzamento del tasso di Hiv, uno dei più alti di tutta l’Africa. Le autorità stimano che almeno 3 mila persone alla settimana muoiano di Aids in Zimbabwe.
Crisi. Ma l’emergenza sanitaria non è l’unica che il Paese deve affrontare: in ottobre, l’inflazione è arrivata al 2000 percento, polverizzando di fatto i (pochi) risparmi della popolazione e gli stipendi. Tanto che, nelle sempre più frequenti manifestazioni contro il carovita, la popolazione ha cominciato a bruciare le banconote in segno di protesta. La crisi economica ha raggiunto livelli così preoccupanti che nel Paese la forma di scambio più conveniente è diventata il baratto. Il presidente Robert Mugabe non si aspettava certo che il suo Paese arrivasse a questo punto quando, nel 2000, varò la tanto sospirata riforma agraria per concedere la terra fertile, ancora in mano ai farmers bianchi, alla maggioranza nera. Un provvedimento sacrosanto, ma applicato male e troppo in fretta: lo choc per il Paese è stato troppo forte, facendo crollare la produttività e trasformando quello che un tempo era il granaio dell’Africa in un Paese che dipende per un terzo dagli aiuti alimentari esteri. La siccità degli ultimi anni ha fatto il resto, riducendo in miseria le un tempo prospere fattorie e i braccianti agricoli, che sono finiti ad ingrossare le bidonvilles di Harare.
Conti in rosso. La crisi agricola ha trascinato con sé l’intera economia, facendo schizzare il tasso di disoccupazione al 70 percento. La maggioranza della popolazione si arrangia come può, grazie al mercato nero e al lavoro sommerso, mentre si calcola che almeno un terzo della popolazione sia emigrato all’estero. Le autorità non riescono a far fronte al problema. Ormai privo di riserve di valuta forte, lo Zimbabwe ha i conti perennemente in rosso. Tanto che la mancanza di carburante è dovuta al fatto che i due fornitori storici, Libia e Kuwait, hanno chiuso i rubinetti dopo essersi resi conto che Harare non sarebbe stata in grado di pagare. L’ultra ottantenne Mugabe, sempre più arroccato in difesa del suo potere, dà la colpa della crisi a un complotto ordito dai Paesi occidentali, a cui neanche i suoi elettori credono più. Prime fra tutti, le highway girls.
Fonte: Peace Reporter
Intel Corporation investe 1 miliardo di dollari in Vietnam
21 novembre, 2006
E’ il Vietnam “la prossima Cina”?
La Intel Corporation, primo produttore mondiale di microchip per i computer, ha annunciato un piano d’investimento di 1 miliardo di dollari per un nuovo impianto in Vietnam.
Tale piano è in linea con l’opinione comune di banche d’investimento secondo cui aumenterà il flusso di denaro nel Vietnam.
Brian Krzanich, vice presidente della Intel, venerdì scorso ha affermato che l’impianto, completato nel 2009, occuperà fino a 46.000 metri quadri e darà lavoro fino a 4.000 persone. Tale impianto sarà localizzato in una zona industriale alla periferia di Ho Chi Minh.
L’Intel, il cui quartiere generale è situato in California, avevo annunciato il piano a Febbraio, consistente inizialmente però in un investimento di soli 300 milioni di dollari.
L’annuncio della Intel cade nella stessa settimana in cui la World Trade Organization ha votato per l’accettazione del Vietnam a diventarne membro, e una settimana prima che Hanoi sia stata scelta per ospitare l’Asia Pacific Economic Cooperation Summit.
Pakistan: stop alla Sharia, cambia legge su stupro e adulterio
16 novembre, 2006
La Camera bassa del Parlamento pakistano ha approvato una legge sullo stupro e l’adulterio: da adesso questi reati verranno giudicati secondo il Codice penale e non più in base alla legge islamica.
“E’ una legge storica – ha detto il premier Shaukat Aziz – che dà diritti alle donne”.
Secondo la vecchia legge, una donna per provare di essere stata stuprata doveva portare in tribunale quattro testimoni maschi e musulmani che avessero assistito alla violenza. I parlamentari islamisti hanno protestato duramente e lasciato l’aula al momento del voto.
“Questa legge incoraggerà il sesso libero”, ha detto un leader islamico.
Articolo pubblicato anche in: La Mia Notizia – Citizen Journalism in Italy